Il Contro-Idealismo
Dopo l'idealismo, si viene a creare una nuova corrente filosofica che nasce come risposta all'idealismo tedesco e al Sistema Egeliano.
Schopenhauer fu un grande oppositore di Hegel e del suo idealismo, che viene criticato moltissimo: l'uomo non è solo razionalità.
Schopenhauer riprende Kant e la sua fenomenologia. Secondo la fenomenologia, “io” non conosco veramente il mondo, ma conosco solo “un occhio che vede il mondo”, quindi si conoscono solo i sensi, che percepiscono qualcosa. In realtà non conosco il “in sé” (noumeno) delle cose, ma come esse mi appaiono. Le strutture umane del soggetto vengono semplificate rispetto a Kant. Esse sono: spazio, tempo e causalità.
Kant ha voluto entrare nella conoscenza attraverso l'intelletto, ma non riuscendoci, in quanto esso è la “porta principale” della conoscenza. Invece bisogna trovare il modo per conoscere l'”in sé” delle cose: non c'è solo l'intelletto, ma anche la volontà, con la quale si può accedere al noumeno della realtà, si riesce ad entrare nella conoscenza più profonda. La volontà è “più propria” che l'intelletto per questo scopo.
La volontà non appartiene solo a noi essere umani, ma è una forza di tutto l'universo. E' irrazionale, senza un fine, che si manifesta nella natura come energia, terremoti vulcani... e nell'uomo, ad esempio, come pulsioni sessuali. La volontà vuole dare realizzazione a tutte le forze, che vogliono vivere, aggregarsi. Queste forze però hanno migliaia di forme diverse, e la volontà le manda avanti tutte, creando e distruggendo.
Nell'uomo c'è la volontà di vivere, che in apparenza ha un fine, mentre in realtà non c'è alcun fine, nonostante l'intelletto si dia delle giustificazioni razionali, che però non sono veritiere. Questa volontà provoca dolore nell'uomo, perché esso capisce di non avere nessun fine e di fare gli interessi della volontà irrazionale, ma non lo vuole ammettere.
L'uomo per evitare il dolore ha a disposizione diverse tecniche:
contemplazione estetica: con essa si diventa “puri occhi del mondo”, attraverso il bello, l'arte (pittura, musica...) non si avverte più la volontà di vivere, c'è quindi libertà (e quindi benessere), ma si tratta di una situazione solo temporanea.
altruismo: si cerca di alleviare le sofferenze degli altri. Questo perché ci si accorge che l'altro è nella nostra stessa condizione di sofferenza, ed alzare la sua condizione, è come alzare la propria, attraverso, ad esempio, la carità.
astensione: è la soluzione finale, secondo la quale bisogna astenersi dai rapporti sessuali, come vendetta verso la volontà.
La volontà è infinita, si trova ovunque, è irrazionale. Nel suo percorso, la volontà esce dall'incoscienza e si ritrova come individuo (quindi come uomo), nel quale sente prigionia e sofferenza, a causa dei continui errori a cui è soggetto l'individuo. Questa situazione genera una insoddisfazione continua. Per questo la volontà vuole tornare “alle origini”, scomponendo e distruggendo tutto.
Tutta la felicità è destinata a scomparire (venendo distrutta o rivelandosi solo illusione) a causa dell'essenza stessa delle cose. La vita dell'uomo è breve e desolata, è un eterno inganno, è opportunista. Il bello è sempre nel futuro o nel passato, mai nel presente, in quanto quest'ultimo non soddisfa. Tutta l'infelicità, il pessimismo, ha come scopo il distogliere la volontà dalla vita.
Il tempo è la forma necessaria a priori di tutto. La vita deve “pagare” al tempo, il quale distrugge gli esseri. Infatti noi vediamo il mondo attraverso il tempo, che quindi rappresenta una condanna. Per questo la volontà è destinata ad auto-annientarsi.
Facendo un paragone della psicologia con l'albero, la volontà ne è la radice, mentre l'intelletto è la chioma. Fisiologicamente le radici sono i genitali, la chioma è la testa: attraverso i genitali, l'individuo si unisce alla specie. Infatti l'individuo è: fisicamente un prodotto della specie, metafisicamente un'immagine (più o meno imperfetta) dell'idea che, nella forma del tempo, si presenta come specie.
Ora c'è da chiedersi se la massima vitalità e il massimo sviluppo del cervello, sono simultanei e connessi con i genitali. Questo non è vero, in quanto l'istinto sessuale può essere paragonato alla disposizione interna dell'albero (che rappresenta la specie), sul quale l'individuo germoglia (come singola foglia). Quest'ultimo viene nutrito dall'albero, ma è anche vero che la “foglia” a sua volta nutre l'albero: a causa di ciò, l'istinto è molto potente e radicato nell'individuo, ma è scollegato dallo sviluppo del cervello.
Se l'individuo non è più in grado di riprodursi, significa che si sta avvicinando alla morte. Ogni vita individuale è presa in prestito dalla specie, ogni forza vitale è la forza della specie, ed è bloccata da una sorta di arginamento. La voglia di riprodursi mostra come gli animali (anche l'uomo) appartengano alla specie. Invece tutte le altre funzioni vitali (mangiare, bere...) servono solo all'individuo. Per questo l'esistenza del singolo individuo è secondaria per la volontà e l'esistenza della specie.
Passò gli ultimi 10 anni della sua vita nel buio della follia e della psicosi; venne accudito prima dalla madre, poi dalla sorella. Ebbe una crisi a Torino quando vide una persona maltrattare un cavallo, lui abbracciò l’animale iniziando a delirare. Questa era una malattia dovuta alla sifilide presa all’età di 18 – 20 anni in una gita con amici.
Le sue opere vanno interpretate in quanto presentano una serie di aforismi. Gli scritti vennero raccolti dalla sorella e dati ad esperti, i quali poi hanno volto tali scritti a favore del nazismo.
Nietzsche rivendica il valore della irrazionalità. E' il principale sostenitore della corrente filosofica del nichilismo, che in seguito (secondo la filosofa ebrea Arend) darà origine ai totalitarismi:
“Il nichilismo è una specie di fiume sotterraneo sotto la cultura occidentale che ogni tanto emerge dove c’è stata una formulazione dei valori che il nichilismo tende quindi ad annullare”.
C'è una grande critica ai valori occidentali, quindi una critica alla metafisica, che si è instaurata prima con Socrate, poi con Platone, e si è consolidata nel cristianesimo. Nonostante questa sua avversione, Nietzsche è stato definito “l’ultimo dei metafisici” da Heidegger, in quanto esso fonda una sorta di contro-metafisica, che è pur sempre una metafisica.
Con l'opera “La filosofia ai tempi tragici dei Greci”, si mostra come l'unica vera filosofia fosse quella dei naturalisti. Invece con Socrate si è instaurata una profonda dualità: essa nega il valore del corpo, mentre tutta la validità è dell'anima e del pensiero.
Secondo esso nel 1800 l'uomo critica e non crede più ai valori assoluti del cristianesimo (nichilismo): per questo disse che “Dio è morto”.
Alcune opere in cui si parla di questo “Dio morto” sono: “Così parlò Zarathustra” e “La gaia scienza”. In particolare quest'ultima, parla di un pazzo, che va al mercato e chiede “Dov'è Dio? Chi l'ha ucciso?”, venendo deriso e preso in giro dalla gente. Il pazzo quindi dice “Come ha potuto l'umanità annullare la propria guida?”. Per questo “bisogna trovare un altro sole”. Ma in chi? Una nuova umanità (il super-uomo) deve trovare nuovi valori fisici. Il super-uomo infatti non ha bisogno dei valori tradizionali per vivere: in questo modo esso è visto come una sorta di eroe.
Anche altre opere (come “Al di là del bene e del male”, “Genealogia della morale”, “L'anticristo”) parlano dei valori. Il bene e il male non sono valori assoluti, innati, ma nascono da elementi concreti: essi si sono formati sulle torture e i divieti dell'umanità nel passato.
Una delle sue prime opere fu “La nascita della tragedia”.
Nella tragedia greca sono confluite due realtà in apparenza opposte, due visioni del mondo: la visione dionisiaca (del dio Dioniso) e la visione apollinea (di Apollo):
visione dionisiaca: presenta una piena adesione alla vita e ai suoi valori fisici (attraverso musica, droghe, alcool, feste, sessualità...).
visione apollinea: è la visione della luce, della razionalità, con bellezza, ma anche tristezza. Qui c'è riflessione, un ripiegamento su noi stessi “corporei”, che genera malinconia. E' una visione che presenta luci e ombre.
La tragedia greca presenta entrambi gli aspetti: sfrenatezza e, al tempo stesso, riflessione sulla fisicità. Per questo essa rappresenta la forma più alta di arte.
Se invece è presente solo uno dei due elementi (soprattutto se solo riflessione), allora l'arte è un male.
“Genealogia della morale”
Il concetto di “colpa” deriva dal concetto di “debito”, che è un concetto materiale, e che solo in un secondo momento è stato esteso all'ambito morale.
L'uomo ha compiuto un percorso (che lo ha portato da animale a uomo) per poter capire (dal punto di vista morale) alcuni concetti, come la negligenza, la responsabilità, l'intenzionalità... A questo punto l'uomo sa valutare anche le relative pene, che fungono come una specie di compensazione al danno.
Si crea quindi la “giustizia”. La giustizia è una forma che si è generata solo in un punto avanzato del percorso di umanizzazione. All'inizio i castighi non esistevano (o perlomeno non influivano sulla colpa morale).
Da dove è nata quindi l'idea di equivalenza fra danno e dolore a scapito del danneggiatore? Essa è nata nel momento di formulazione dei concetti di creditore e debitore: nei secoli si è cercato di formare una “memoria” a colui che promette qualcosa.
Il creditore poteva operare sul corpo del debitore in base all'entità del debito: anche senza restituzione di denaro, la sofferenza del debitore (es. tagliare una parte del corpo) in un certo senso risarcisce il creditore con una “soddisfazione intima” (cioè con il piacere di fare del male). La sofferenza degli altri può fungere come compensazione dei debiti. Si viene così a formare un “diritto alla crudeltà”.
In questa situazione nascono i concetti morali (di colpa, di dovere...) validi ancora oggi: grazie alla violenza compiuta nel passato, si ha paura delle conseguenze delle proprie azioni. I valori odierni, “puzzano” ancora di crudeltà e di sangue.
“La filosofia ai tempi tragici dei Greci” - “Visione dionisiaca del mondo”
In due differenti stati l'uomo raggiunge il sentimento “estatico” dell'esistenza: nel sogno e nell'ebrezza. Finito questo sentimento, si torna a star male, perché si capisce l'illusorietà della vita contrapposta al benessere del sogno. Nel sogno si gioca con la realtà, mentre l'arte è il gioco con il sogno.
L'arte greca comprende due caratteri: quello del dio Dioniso (con una visione orgiastica, con solo valori fisici), e quello di Apollo (che rappresenta la bellezza, la razionalità, ma anche la tristezza).
Con la visione dionisiaca, cioè tendendo all'animalità, alle orgie e alle feste, spariscono le divisioni delle caste sociali. L'uomo è veramente libero solo con la visione dionisiaca, che è la visione più elevata, in quanto vengono messe a nudo le proprie miserie.
Nella visione dionisiaca l'uomo non è più artista, ma è opera d'arte. Invece nella visione apollinea, l'uomo è un artista che deve estrarre il sogno dall'arte.
Nella visione dionisiaca esiste sia il carattere dell'ebrezza, che quello della assennazione (saggezza). Attraverso le feste, le droghe ecc, si raggiunge l'estasi, che vuol dire essere “fuori di sé”.
La coesistenza della visione di Dioniso e quella di Apollo, caratterizza la “grecità”. In questo modo si ha la formazione della vera tragedia greca. Infatti Greci avevano capito che il mondo è tutto una tragedia: per questo l'hanno trasformato in arte.
L'orgia e la visione propriamente dionisiaca, è stata importata dall'Asia. Grazie ad Apollo (la riflessività), si può comprendere l'idealismo greco: con esso si ha l'idealizzazione anche dell'orgia, che viene innalzata da semplice sesso e festa, a un momento imprescindibile della vita umana.
La musica è anch'essa una forma d'arte, che permette di collegarsi con la visione dionisiaca. Essa ha, attraverso il ritmo, una grande forza rappresentativa nella visione apollinea.
Nell'estasi, c'è un “abisso di oblio”. Attraverso essa, si divide la realtà quotidiana dal momento estatico. Dopo essere rientrati da tale effetto, la quotidianità fa schifo, e si vorrebbe tornare all'estasi.
Per accettare la vita nella sua mediocrità e assurdità, servono due fattori:
il sublime: è l'innalzazione, il soggiogamento artistico dell'assurdo
il ridicolo: attraverso esso l'assurdo viene scaricato utilizzando l'arte.
Sia il sublime che il ridicolo presentano una continua contraddizione, e sono “un passo al di là del mondo della bella illusione”, in quanto con essi si capisce di più. Ma essi non coincidono con la realtà, ma la nascondono. In questi concetti troviamo un mondo intermedio, tra bellezza e verità: quello della verosimiglianza.
Heidegger sostituì il suo maestro ebreo Husser, insegnando all'università di Amburgo. Aderì parzialmente al nazismo. Generalmente viene classificato come un esistenzialista, anche se lui rifiutò sempre questa etichetta.
L'esistenzialismo è un movimento di pensiero e di cultura. Esso si sviluppò al termine delle guerre mondiali, con la razionalizzazione del significato di esistenza umana. Il movimento coinvolse vari campi, come la moda, la musica... Nella filosofia troviamo Sartre, un ideologo francese che fu il principale rappresentante dell'esistenzialismo, e che mostrò l'assurdo della vita. Durante ricerca dell'essere, si capisce che il suo significato è nell'esistenza umana, da cui il termine esistenzialismo.
Heidegger ricerca l'essere come problema ontologico. Per indagare l'essere bisogna partire dell'ente che si pone la domanda sull'essere: l'uno (cioè l'esistente), è l'ente che trasporta l'essere attraverso l'esistenza.
E' quindi inevitabile trattare l'esistenza, che è una particolare dimensione dell'essere. L'esistenza può essere autentica, o non autentica. L'essere non si manifesta totalmente nell'esistenza umana, ma lo fa attraverso il linguaggio, decidendo autonomamente. Noi uomini siamo solo i custodi del linguaggio: infatti esso è al di là di noi. L'essere non si identifica necessariamente con l'esserci (l'esistenza), in quanto esso dovrà manifestarsi da solo.
“Essere e tempo”
Questa è un'opera che va interpretata. Verrà analizzata la prima parte, che dopotutto è l'unica parte in quanto l'opera è incompiuta: “Analitica esistenziale”.
L'esistenza umana è vista come la portatrice di essere, anzi, essa stessa ha come base l'essere. Il modo con il quale l'essere si manifesta è il linguaggio (soprattutto quello poetico). Addirittura possiamo dire che il linguaggio è l'essere. Per questo, quando noi uomini parliamo, siamo i “pastori” (i custodi) dell'essere. Esso si manifesta per esempio quando si dice “io CI sono”, “esserCI”.
La vita può essere autentica o inautentica:
Vita inautentica: con essa ci si disperde fra le cose, non si lascia manifestare l'essere, c'è dispersione di noi “enti fra gli enti”. Ma noi non siamo enti come gli altri, ma enti privilegiati, in quanto noi possiamo porci la domanda sull'essere. Per esempio, se uno scienziato non ha come obbiettivo l'essere, esso compie una ricerca inutile. La dispersione avviene mediante la “chiacchiera”: parlando a caso, si dimostra di non voler pensare alla morte, di non volersi impegnare nel pensiero riguardante la fine di tutte le proprie possibilità. Infatti con la chiacchiera non si vuole dirigere la propria attenzione nella morte.
Vita autentica: “essere per la morte” caratterizza la vita autentica. Infatti con essa, l'essere vive per la morte: si manifesta la propria consapevolezza che quello corrente potrebbe essere l'ultimo istante della propria esistenza, della propria vita. In questo modo tutto viene riportato nella dimensione dell'attimo: il tempo deve essere “pieno”, mai disperso. Quando si pensa all'ultima possibilità (la morte), si è aperti al mondo e al futuro, e si vive come se ogni possibilità fosse l'ultima: solo questo è autentico. Heidegger disse che bisogna “rimandare davanti a noi l'essenza dell'essere”.
Ricollegandosi alla differenza tra vita autentica e inautentica, Heidegger specificò che l'agonia è il vero senso dell'essere. Invece l'essere disperso, ha paura della morte e la copre con la chiacchiera, vivendo una vita inautentica.
Un solo ente esistente si pone la domanda sull'essere: questo ente è uomo. Esso è quindi un ente privilegiato, che si chiede sull'esistenza, e che la veicola. Per questo suo pensiero Heidegger viene classificato un esistenzialista.
Con l'opera “Essere e tempo” l'autore indica le modalità con le quali l'essere si manifesta nel tempo, e mostra come essere e tempo siano inscindibili. Comunque, l'uomo non riesce a manifestare e cogliere completamente l'essere: quest'ultimo si deve quindi mostrare da solo, autonomamente. L'uomo è solo il guardiano dell'essere, che è oltre noi.
Il concetto di “ES” è quello più generale di tutti: ne danno prova le discussioni su esso nella filosofia antica. Il concetto di ES è indefinibile (in quanto generico), ed è ovvio (tutti comprendono ciò che significa).
Ogni proposizione di un problema è un cercare. Ogni cercare trae la sua direzione preliminare dal cercato. Per questo motivo il problema del senso dell'essere deve essere posto: il senso dell'essere deve quindi esserci già accessibile in qualche modo.
Noi ci muoviamo in una comprensione dell'essere: nonostante non sappiamo cosa significhi “essere”, per il fatto di chiedere e parlare di “essere”, siamo comunque in una certa comprensione dell'”è”. Rimane comunque che noi non conosciamo nemmeno l'orizzonte entro cui cogliere e fissare il senso dell'essere.
“I sentieri interrotti”
La traduzione letterale del titolo originale (in tedesco) dell'opera sarebbe “I sentieri del bosco”, ma il traduttore in italiano ha preferito cambiarlo in “I sentieri interrotti”.
In questa opera si parla in maniera figurativa e metaforica. I sentieri interrotti iniziano bene, cominciano ad entrare nel bosco in maniera decisa, con confini netti e ben definiti, ma che nel loro procedere diventano indefiniti, si perdono e si confondono nella vegetazione, vengono nascosti e ricoperti dal muschio del bosco.
I sentieri rappresentano le diverse scienze che cercano di capire l'essere, ma che non vi riescono. Infatti all'inizio le scienze intraprendono il cammino giusto, ma in un secondo momento rivelano di non possedere i mezzi per arrivare al centro del bosco, dell'essere, in quanto si disperdono: sono quindi incapaci di capire profondamente l'essere.
Colui che invece può arrivare fino in fondo, è il guardiano del bosco, che mantiene e salvaguarda il bosco, lascia che esso sia nascosto. In questo modo riesce a rivelarlo: il guardiano sa di dover mantenere il nascondimento del bosco per poterlo svelare.
La scienza invece non salvaguardia il bosco, tende a distruggerlo e a sovrastarlo, quindi non coglie lo svelamento del bosco, ma si disperde in esso. Per questo la ricerca scientifica è spesso una modalità inautentica. Infatti lo scienziato che non è attento al nascondimento del bosco, e che non ha come base e obbiettivo l'essere, si disperde e non riesce nel suo intento. E' l'essere stesso che si mostra e che si rivela, nel silenzio.
L'opera è composta dei seguenti scritti:
L'origine dell'opera d'arte
L'epoca dell'immagine del mondo
Il concetto Hegeliano di esperienza
La sentenza di Nietzsche: “Dio è morto”
Perchè i poeti?
Il detto di Anassimandro
Dalla parte “L'epoca dell'immagine del mondo”
Nel mondo moderno sono presenti due componenti: la scienza e la tecnica. Esse sono indipendenti fra loro, non è vero che la tecnica sia dipendente o che sia una branchia della scienza (o viceversa). Ma è vero che, per esempio, la tecnica moderna sfrutta la scienza moderna.
Un'altra manifestazione del mondo moderno è il processo con il quale l'arte viene ricondotta all'estetica. Un diverso aspetto del mondo moderno è rappresentato dal concepire l'agire umano come cultura, attraverso un processo di generalizzazione.
Infine una manifestazione del mondo moderno è la sdivinizzazione. Essa non si riduce al rozzo ateismo. La sdivinizzazione è causata da due fattori: l'immagine del mondo si cristianizza, ponendo come base l'assoluto e l'infinito, ma nel contempo il cristianesimo viene inteso come visione del mondo. Questo porta a uno stato di indecisione rispetto a Dio. Il cristianesimo ha dato il suo maggiore contributo a questo fenomeno. Il vuoto che viene quindi lasciato dalla religione che è stata distrutta, viene riempito dalla ricerca storiografica.
Riassumendo, il mondo si manifesta attraverso 5 fattori: scienza, tecnica, arte ricondotta all'estetica, agire umano inteso come cultura, sdivinizzazione. Da questi, bisogna capire quale concezione dell'ente e quale comprensione della verità è alla base delle manifestazioni del mondo moderno. Ora verrà analizzata la scienza moderna.
La scienza moderna. Con la scienza, bisogna penetrare nella base della metafisica, e quindi comprendere l'essenza del mondo.
La scienza antica non aveva bisogno della precisione e dell'esattezza moderna. Ciò non vuol dire che essa fosse sbagliata. Nel tempo cambia l'interpretazione dell'ente (quindi delle cose del mondo), che porta a cambiare i procedimenti scientifici. E' sbagliato dire che la concezione moderna sia quella più esatta: bisogna quindi abbandonare l'idea che nel tempo l'umanità compia il cosiddetto “progresso”.
L'essenza della scienza moderna è la ricerca. A sua volta, l'essenza della ricerca è l'investigazione. Ma per investigare, si necessita di “spazi aperti” in cui investigare, appunto. Occorre quindi una certa apertura del mondo.
La fisica moderna (atomica) può procedere solo matematicamente. Per esempio: se ci sono 3 oggetti, noi RI-conosciamo che essi sono proprio 3 (il numero già lo conosciamo). Ma l'essenza della matematica non sono solo i numeri, bensì tutto ciò che è già conosciuto, mentre l'essenza della fisica è proprio il numerico.
La scienza si costituisce a ricerca in virtù del progetto, e, attraverso l'assicurazione di esso, nel rigore dell'investigazione. Rigore e progetto a loro volta si costituiscono nel procedimento scientifico.
L'investigazione deve rappresentare il mutevole nel suo mutamento, portare a una regola: la regola è la stabilità dei fatti e la costanza del loro mutamento. La legge è invece la costanza del mutamento nella necessità del suo corso. Lo studio dei fatti si risolve quindi nella formulazione e verifica di regole e leggi.
La chiarificazione del “non conosciuto” parte sempre da qualcosa che è “già conosciuto”. A sua volta il già conosciuto è verificato con il non conosciuto. La spiegazione si compie nel corso della ricerca. Infatti la scienza della natura non diventa ricerca in virtù dell'esperimento, ma grazie a conoscenze già acquisite precedentemente.
Per esempio la fisica sperimentale moderna può essere sperimentale solo perché ha una essenza matematica già conosciuta. Per questo l'esperimento inizia sempre con una legge o una teoria da verificare. Infatti lo scopo dell'esperimento è di creare le condizioni per poter seguire certi movimenti nel loro svolgimento, e quindi di poterli prevedere numericamente.
Heidegger riprese una frase di Newton: “Hypotheses non fingo”, che significa che le ipotesi non sono escogitazioni arbitrarie. Le ipotesi non sono inventate a caso, ma sono ricavate dal progetto fondamentale della natura, nella quale vengono poi inserite. Quindi l'esperimento è sorretto e giudicato dalla legge ipotizzata. La scienza in sé, solo dopo l'esperimento si deve specializzare, quindi solo in un secondo momento.
Un altro grande tema affrontato da Heidegger è espresso dal termine tedesco “Welt anscauung”, cioè visione e prospettiva del mondo. Viene ripreso Freud, secondo il quale la visione del mondo è nell'orizzonte della scienza. Invece per Heidegger l'immagine del mondo è una sua raffigurazione.
Per mondo si intende l'ente nella sua totalità (non va inteso solo come “cosmo” o “natura”, ma ad esempio anche come “storia del mondo”). Per immagine si intende la riproduzione di qualcosa. Quindi, l'immagine del mondo è una pittura dell'ente nel suo insieme. Tuttavia significa anche qualcosa di più: con la sua immagine, noi intendiamo il mondo stesso, l'ente nella sua totalità così come ci si impone nei suoi condizionamenti e nelle sue misure.
Quando il mondo diviene immagine, l'ente nel suo insieme è assunto come ciò in cui l'uomo si orienta, quindi come ciò che egli vuole portare innanzi a sé, nel quale rappresentarsi. L'immagine del mondo essenzialmente non è raffigurazione del mondo, ma il mondo concepito come immagine. Infatti l'ente nel suo insieme è visto in modo tale che diviene ente soltanto in quanto posto dall'uomo, che rappresenta e riproduce tale ente. Il sorgere di qualcosa come l'immagine del mondo, fa un tutt'uno con una decisione essenziale dell'uomo riguardo l'ente nel suo insieme. L'essere dell'ente è cercato e rintracciato nella rappresentazione dell'ente stesso.
Ciò che distingue il mondo greco (e quindi la sua visione) da quello moderno, è che nel mondo greco c'era la percezione, mentre in quello moderno c'è la rappresentazione. Con la rappresentazione moderna si vuole porre innanzi (cioè portare avanti a sé) la semplice presenza come qualcosa di contrapposto. Si vuole rapportare a sé stessi tale presenza, ricondurla al soggetto come al principio di ogni misura. Quando si vede qualcosa di contrapposto, si usa l'uomo stesso come misura: esso la rapporta a sé, quindi l'uomo è al centro di tutto.
Se dunque un carattere di una immagine attribuito al mondo risulta fondato nella natura rappresentativa dell'ente, sarà necessario determinare meglio la parola “rappresentare”, e il suo concetto.
Rappresentare significa condurre innanzi a sé, e ricondurre a sé. L'ente assume la stabilità di ciò che ci sta dinnanzi come oggetto, e riceve così il “sigillo dell'essere”. La rappresentazione è un processo unico in virtù del quale il mondo si costituisce a immagine, e l'uomo a subjectum (soggetto) utilizzando l'arte. Questo sancisce il passaggio tra scienza e tecnica.
L'uomo deve decidere se essere un “io isolato” o un “noi” della comunità. Dove l'uomo si è già risolto in soggetto, può esserci la possibilità della sua degenerazione nell'inconsistenza del soggettivismo, inteso come individualismo. Allo stesso modo, solo dove l'uomo rimane soggetto, ha senso la lotta contro l'individualismo, e per la comunità come campo e fine di ogni sforzo e utilità.
L'ente è ridotto a puro oggetto attraverso la tecnologia. Ma, a causa di ciò, ci può essere dispersione dell'uomo nella tecnica.