Filosofia POLITICA, ECONOMICA e STORICA 

Karl MARX (1818-1883)

Occorre prima di tutto fare una distinzione: 

Marx fece parte della gioventù di sinistra Hegeliana, la quale sosteneva che il pensiero di Hegel potesse portare a una rivoluzione. Invece la gioventù della destra Hegeliana cercava di conciliare il presente con il passato, la storia, la religione,... cioè assumendo un comportamento fondamentalmente conservatore.

Marx riprende la dialettica come elemento di mediazione storica fondamentale, intendendolo come un momento rivoluzionario ed importante per la lotta di classe. Per questo Marx critica Hegel, il quale aveva rovesciato la dialettica, e aveva creato un principio ideale astratto che poi diventava e creava la storia. Infatti Marx chiamava la filosofia di Hegel “ideologia”, in modo dispregiativo.

Al contrario di Hegel, Marx intendeva rimettere in piedi la dialettica. Secondo lui, il vero principio non è ideale, ma assolutamente materiale. Per questo si ha la creazione di un nuovo materialismo. Il suddetto principio materiale è l'economia, la quale influenza tutto: i nostri pensieri, la storia, il diritto, la religione, le istituzioni, e la stessa visione del mondo. Insomma, l'economia è la base materiale, sopra la quale poggia tutto il resto del mondo, che è dunque un insieme di sovrastrutture.

Si ha quindi un materialismo storico, che deriva dal materialismo dialettico. Infatti non dobbiamo interpretare la storia astrattamente, ma attraverso le manifestazioni economiche e le lotte di classe proprie dei vari momenti storici. Marx dà quindi inizio ad una revisione di tutta la storia in chiave economica e sociale puramente materialistica.

Il manifesto del partito comunista

Venne scritto insieme all'amico Engels nel 1848. 

Si constata che in ogni momento storico, ci sono sempre stati contrasti fra le varie categorie di persone, cioè è sempre esistita una continua lotta di classe. Questa situazione si è protratta fino ad oggi, con l'imposizione della borghesia.

Il concetto di “classe” si è costituito con l'avvento del capitalismo alla fine del 1700, ed è tratto dai grandi economisti classici inglesi Smith e Ricardo. Del concetto di classe, Marx parla specificatamente in un'altra sua opera: “Manoscritti economico-filosofici”. La classe si ha dalla contrapposizione fra il padrone capitalista e l'operaio proletario. L'individuo diventa parte della corrispondente classe solo quando prende coscienza della propria situazione.

La classe borghese nasce e si sviluppa dai servi della gleba del medioevo. I servi della gleba hanno dato il via a uno sviluppo frenetico e rivoluzionario, che attraverso il lavoro ha portato alla creazione della borghesia. Infatti il successo della borghesia ha un principio, un'essenza: l'eterna rivoluzione.

Con la sua rivoluzione, la borghesia ha quindi strappato il potere alla vecchia aristocrazia, che infatti nel presente è praticamente scomparsa. La borghesia crea una nuova struttura dello stato, a suo uso e consumo. Crea anche una nuova visione del mondo, con la quale la borghesia sviluppa ed amplifica la scienza, che però è finalizzata solo al denaro e all'arricchimento.

Lo sviluppo della borghesia è in parte positivo, in quanto esso amplifica il mondo attraverso il lavoro e con l'impegno necessario per affrancarsi. Ma esso è soprattutto negativo in quanto mercifica tutto, compresi i rapporti umani, inclusi quelli famigliari. 

I servi della gleba hanno potuto riscattarsi col duro lavoro e con l'emigrazione verso le grandi città, cioè con l'inurbamento. Ma il punto fondamentale è stato il denaro, che è il vero fautore della borghesia, la quale infatti ha come caratteristica indispensabile l'arricchimento.

Una parte dei servi della gleba non riuscì a mantenere il ritmo borghese, accumulò ritardo nello sviluppo, e quindi si ebbe la formazione della classe operaia e del proletariato. Esso tuttavia riuscì a mantenere in famiglia i rapporti umani che sono invece stati eliminati dai borghesi.

Infatti la piccola borghesia non regge alla concorrenza, si proletarizza e lascia il campo alla sola alta borghesia. Si viene quindi a creare un massa proletaria, che viene così chiamata in quanto la sua unica ricchezza era costituita dalla sola prole: questo fa capire la loro enorme povertà.

Il proletariato vive alienato, in quanto nel lavoro esso è come una merce acquistata del capitalista. Il proletario non deve avere volontà o iniziativa, in quanto esso è solo “forza lavoro”. Il salario è sempre molto inferiore alla ricchezza che l'operaio produce, mentre la differenza rimane all'interno dell'industria. Lo stipendio è tanto basso da permettere al proletario solo la sopravvivenza e la riproduzione: questo genera in esso una continua alienazione. Infatti il proletario rimane essere umano solo all'interno della famiglia.

Quando il proletario si convince di avere un rilevante valore storico nella produzione della ricchezza e quindi nella determinazione della nazione, allora esso diventa parte della classe operaia. Il proletariato per diventare classe operaia deve cioè rendersi conto che senza il suo lavoro il capitalismo non può esistere, e di essere quindi l'essenza dell'economia.

La classe operaia nasce direttamente dal seno della classe borghese: ma quest'ultima dovrà soccombere in un secondo momento alla prima. Infatti la classe operaia nel futuro dominerà, e si instaurerà una dittatura degli operai, fino ad arrivare ad una società senza classi, in quanto tutte le classi scompariranno. Questo è un procedimento analogo a quello del passato con il quale la borghesia aveva annientato e assorbito l'aristocrazia feudale.

Marx sostiene di presentare un socialismo scientifico, che si contrappone a quello degli altri socialisti, che vengono tutti definiti utopistici o grossolani. Il socialismo di Marx si può in parte collegare all'utilitarismo inglese, che sosteneva di lasciare liberi gli individui: essi avrebbero lavorato con impegno e sovrabbondanza anche per gli altri, generando una grande ricchezza per l'intera nazione. A tal fine Marx prevedeva che si sarebbero dovuti creare degli esempi etici e morali per il lavoro.

Questa ideologia economica è, nel suo complesso, fallita, in quanto le persone erano svilite e non incentivate ad impegnarsi nel lavoro. I campi dove il marxismo ha funzionato furono invece l'istruzione e la scienza. 

Per Marx, il comunismo è come uno “spettro” che si aggira in Europa. Tutti i poteri tradizionali (nobili, capitalisti, clericali...) ne hanno paura, e per questo cercano di combatterlo. Ne è prova il fatto che i vari avversari politici si accusano a vicenda di comunismo, utilizzandolo come spauracchio per tutte le questioni.

Per questo il comunismo è già riconosciuto a sua volta come una nuova potenza. Bisogna quindi stilare un “manifesto dei comunisti”. Questo avvenne verso la fine del 1848 a Londra, con un documento redatto in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese.

Dal capitolo del Manifesto Il rapporto tra borghesi e proletari”.

La storia, fino ad oggi, è sempre stata caratterizzata da lotte di classe, tra oppressori e oppressi. Ogni lotta è finita o con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o con la comune rovina delle classi in lotta. Infatti nell'epoca moderna la società borghese è sorta dalla distruzione del vecchio sistema feudale. Essa non ha però eliminato il contrasto fra le classi, ma ha semplicemente sostituito le antiche classi con quelle nuove. 

La nostra epoca (cioè quella della borghesia) ha in realtà semplificato gli antagonismi di classe che esistevano prima. Ora infatti ci sono solo due grandi classi, assolutamente scinte e contrapposte: la borghesia e il proletariato. 

La borghesia deriva dalla servitù della gleba, quando alcuni suoi componenti spostandosi nelle città diventavano il cosiddetto popolo minuto, specializzandosi nell'artigianato. Con le scoperte geografiche e l'instaurazione dei nuovi rapporti fra civiltà lontane (America, Indie, Africa...), si vennero a creare per la borghesia emergente nuove opportunità: essi infatti svilupparono incredibilmente il commercio, la navigazione e l'industria, grazie agli scambi con le colonie. Si ebbe quindi uno sviluppo rivoluzionario, avvantaggiato della disgregazione della società feudale.

Con un tale sviluppo però, l'industria e l'economia feudale non bastavano più per soddisfare i bisogni emergenti, quindi si ebbe la formazione della manifattura, una nuova concezione di produzione. L'artigianato era costretto a soccombere al ceto medio, diventando proletariato. La divisione del lavoro, anche all'interno di ogni singola industria, è il simbolo della nascita dell'industria borghese. Mentre precedentemente l'economia era basata su merce-denaro-merce (la produzione serviva a procurare il denaro per acquistare altri beni), il nuovo principio, precursore del capitalismo, era il denaro-merce-denaro (quindi tutto era in funzione dell'arricchimento).

Nel frattempo il fabbisogno continuava a salire, cosicché anche la manifattura non bastava più, e si arrivò alla creazione dell'industria moderna capitalistica. Con essa il lavoro manuale è sostituito da quello delle macchine.

La borghesia ha quindi distrutto tutto il sistema feudale, ha mercificato ogni cosa, compresi i rapporti fra le persone e i sentimenti. Quindi tutto è in funzione del denaro, e attraverso la libertà di commercio senza scrupoli, la borghesia può attuare il suo imperativo principale, cioè lo sfruttamento. Tutte le professioni sono state tramutate sotto l'insegna del denaro, che quindi sono distolte dal loro vero compito, come ad esempio i medici, i preti... Anche i rapporti interni alla famiglia sono stati trasformati in denaro.

La borghesia non può esistere senza la continua rivoluzione degli strumenti e dei rapporti di produzione, e, di conseguenza, anche dei rapporti sociali. Ora tutto il nuovo che viene prodotto, invecchia ancora prima di poterlo utilizzare. Al contrario di prima, quando invece vigeva il mantenimento del vecchio sistema di produzione.

Gli uomini sono quindi costretti a disincantarsi nel vedere la propria posizione e i rapporti reciproci, cioè devono abituarsi ad avere un rapporto formale con il mondo, non più diretto, ma distaccato. Il “disincantamento” è un concetto ripreso da Weber, che lo aveva formulato nella sua analisi alla origine dello stato moderno.

Ora si va in tutto il mondo per cercare sempre nuovi mercati, dando un carattere sempre più cosmopolita alla produzione (villaggio globale). Le industrie non sono più nazionali, ma comuni alle varie nazioni. Infatti c'è interdipendenza fra le nazioni, sia per la produzione materiale che per quella intellettuale. Ai vecchi bisogni ne subentrano sempre di nuovi.

I bassi prezzi riescono a penetrare ovunque, abbattendo qualsiasi barriera. La borghesia ha di fatto assoggettato la campagna e l'ambiente rurale alla città e al sistema urbano. Anche i popoli “barbari” o poco sviluppati sono diventati schiavi di quelli ricchi e “civili”. La proprietà privata è concentrata nella mani di pochi capitalisti. C'è un forte accentramento delle nazioni, che unisce i vari stati federati in unici enti monolitici. Le forze naturali vengono soggiogate e sfruttate intensamente. 

Come si è già detto, questo sistema necessita di mercati sempre nuovi, i quali però non sono sempre disponibili, in quanto il loro numero è limitato oltre un certo numero. Si vengono quindi a creare sovrapproduzioni, che portano a periodiche crisi, le quali distruggono sistematicamente l'intero sistema capitalistico. Per superare queste continue crisi, la borghesia cerca di creare nuovi mercati, ma soprattutto cerca di distruggere la forza lavoro (con i licenziamenti) o sfrutta maggiormente i lavoratori. Queste contromisure però non fanno altro che portare a  nuove crisi maggiori, e a un inasprimento dei contrasti fra le classi.

Introduzione del 57

Quest'opera, scritta nel 1857, parla dei rapporti economici. Ne analizzeremo la parte intitolata “Produzione, consumo, distribuzione, scambio (circolazione)”, che si tratta di una analisi della produzione materiale.

Qui si parla degli individui che producono in società. L'immagine del singolo e isolato produttore è falsa ed è una fantasticheria. Infatti la produzione è in realtà operata da un “uomo sociale”. La produzione in generale è solo un'astrazione, ma acquista un senso in quanto di essa vengono considerati gli elementi comuni.

Analizziamo la produzione borghese. Marx critica gli economisti moderni, in quanto essi sostengono l'eternità e l'armonia dei rapporti sociali esistenti, dando per scontato le classi e i rapporti di produzione. Questi ultimi invece non sono costanti nella storia, ma in continua evoluzione: per questo essi non sono né armoniosi né eterni.

Nell'analizzare l'economia, bisogna tener conto della tecnologia del momento. Inoltre il capitale (ossia il denaro, ma anche la semplice abilità di un mestiere) va sempre tenuto in considerazione nel parlare di economia, in quanto esso è oggettivato ed accumulato.In ogni tempo, c'è sempre stato un determinato soggetto sociale che agisce entro una totalità più o meno ampia di produzione. Comunque bisogna tener presente che l'economia-politica in realtà non è una sorta di tecnologia.

Secondo altri economisti criticati, la produzione, a differenza della distribuzione, andrebbe rappresentata come inquadrata nelle leggi della natura eterne ed indipendenti dalla storia. Nella distribuzione invece esse verrebbero disattese. Questo è assurdo per Marx. 

I due elementi principali sostenuti da tutti gli altri economisti, criticati da Marx, sono la proprietà privata e la sua protezione da parte dello stato. Questo è per loro naturale, ma vanno contestati.

Marx rispose che ogni produzione è un'appropriazione della natura da parte dell'individuo entro e mediante una società. Dire che la proprietà (cioè l'appropriazione) è una condizione della produzione, è una tautologia. Ma è anche ridicolo giustificare la proprietà privata con questo discorso: esso rappresenta infatti un altro passaggio. E' impossibile che la produzione avvenga senza appropriazione, cioè senza una forma di proprietà. 

Riguardo la protezione dei beni acquisiti, disse che ogni forma di produzione genera le sue leggi. L'economia influenza tutte leggi dello stato, non viceversa: esse nascono per proteggere la proprietà dei beni. 

Capitale (1° libro)

Questa vasta opera di Marx è dedicata all'amico di nome Wolff, anch'esso un rivoluzionario. Ne analizzeremo la prima sezione, chiamata “Merce e Denaro”.

Bisogna definire cosa è la merce. Infatti anche il lavoro è una forma di merce, in quanto il lavoratore riceve un salario in denaro. Per questo l'operaio non è il vero proprietario della merce che produce.

Per analizzare l'economia bisogna tradurre tutte le merci in “valore”. Esso si suddivide in valore d'uso, cioè la sua vera utilità, e valore di scambio, che deriva dal sistema di produzione. Il valore non è una costante, ma dipende dalla storia entro il quale è inserito. Infatti, il valore della merce si dice “storicamente determinato”.

Bisogna ripercorrere il processo che porta alla creazione del concetto di merce. Abbiamo visto che essa ha un valore d'uso e di scambio, ma che va rapportata anche con un terzo fattore, chiamato “valore in sé”: esso è determinato dalla storia e dal contesto della merce stessa.

Si osserva che le merci vengono prodotte per soddisfare i bisogni umani, siano essi mentali che materiali. Per capire l'essenza della merce bisogna considerare ogni cosa dal punto di vista della qualità e della quantità. 

Spieghiamo ora le caratteristiche dei diversi tipi di valore: 

Il valore (d'uso o di scambio) esiste ed è tale solo perché in esso viene oggettivato e materializzato il lavoro, che è astrattamente umano. 

Analizzando il problema delle merci, ci si accorge che la merce è interna e alla base dell'intero sistema di produzione. Bisogna sempre tenere in considerazione il lavoro contenuto nella merce: per esso intendiamo diversi fattori, quali le materie prime, le macchine di produzione e la forza lavoro. La forza lavoro rappresenta a sua volta una particolare merce, che produce un surplus di lavoro, il quale non va al lavoratore ma rimane all'interno della fabbrica.

Max WEBER (1864-1920)

Weber è il più importante esponente dello storicismo tedesco, il quale pone la storia come modello di interpretazione del mondo.

Anche Weber da importanza all'economia nella storia. Ma afferma anche che l'economia non riesce a spiegare tutto (come invece diceva Marx), ma che bisogna considerare anche qualcos'altro. Inoltre contesta l'esistenza dello spirito di un popolo, cioè la sua identificazione come uno spirito unico. 

L'etica protestante e lo spirito del capitalismo

In quest'opera si parla di un altro fattore molto importante per poter interpretare la storia: la religione. E' fondamentale tenerne conto nell'analisi di una società e della sua storia. Una particolare ideologia può contribuire allo sviluppo economico. Weber si riferisce in particolare al calvinismo, che afferma che il gradimento a Dio è dato dal lavoro e dal successo economico conseguito, e che include la dottrina della predestinazione.

Dal calvinismo si apprende che la professionalità deve essere l'essenza e il principio del lavoro, che quindi deve essere fatto molto bene. Il successo che può derivarne è un segno di gradimento a Dio: ne è prova il guadagno di denaro. Secondo Weber la visione del cattolico è invece diversa; esso vede il lavoro come una condanna, e più che alla laboriosità tende alla carità e alla preghiera. Al contrario, il principio secondo il quale nel calvinismo tutto è basato sul lavoro, diventa una caratteristica dell'essenza umana.

Si può quindi concludere che uno dei fattori fondamentali del capitalismo è stata la religione: per questo il capitalismo si è sviluppato prima nel nord d'Europa (dove vige il protestantesimo) piuttosto che nel sud (dove c'è il cattolicesimo). Quindi non è vero quando Marx diceva che la religione è ininfluente rispetto all'economia. 

Lo spirito del capitalismo è un complesso di relazioni storiche. Bisogna quindi capire in cosa consiste il capitalismo nella sua profondità: per fare ciò, bisogna esprimere un giudizio solo al termine della trattazione, è un errore giudicare all'inizio. 

Provvisoriamente possiamo definire lo spirito del capitalismo ispirandoci a un “documento” dell'epoca riguardante tale spirito, che esprime la mentalità comune dell'epoca. Ecco i suoi principi:

Da questi principi deriva il concetto di “beruff”, che significa professionalità, buona condotta produttiva. Secondo questo principio è necessario lavorare e impegnarsi al massimo delle proprie possibilità sempre e per tutto il tempo della nostra vita, senza mai fermarsi.

Lo spirito del capitalismo ha dato origine al capitalismo europeo occidentale e americano. Esso ha come principio fondante l'accumulo di capitale, di denaro. L'economia risulta essere fondata sul comportamento in sé (ethos), inteso formalmente, generando un imperativo utilitaristico.

Anche l'onestà va intesa in un senso utilitario. Infatti tutti i precetti vanno seguiti non tanto in quanto tali, ma perché sono utili e perché portano ulteriori soldi e profitti. Ne risulta che il guadagno è considerato come scopo della vita dell'uomo, e che esso non è soltanto un mezzo per soddisfare i propri bisogni e desideri. 

Si può quindi dire che Weber è in piena opposizione a Marx, in quanto secondo esso non è vero che la religione è influenzata dalla società, anzi, al contrario è la religione che influenza la società e l'economia. 

Weber fondò la sociologia comprendente. Essa afferma che la storia deve essere compresa dall'interno, dal punto di vista di chi ha vissuto realmente il momento storico preso in esame, non come avviene di solito con la storiografia classica che si situa all'esterno e che interpreta a livello ideologico la storia: questo è sbagliato.

Quindi l'interpretazione non dev'essere esterna, ma lo storico deve saper isolare e dare valore a certi elementi storici, facendoli diventare centri d'indagine. Bisogna comprendere la storia a partire dalla visione di coloro che hanno vissuto in prima persona quella precisa storia. Conseguentemente, non è solo l'economia ad essere determinante, ma ci sono anche tanti altri fattori importanti, tutti da analizzare. 

E' lo studioso stesso che deve dare valore ad un elemento della storia. In questo modo si scopre che ci sono diversi elementi influenti, quindi si può concludere che la sovrastruttura influenza la struttura stessa: queste sovrastrutture influenti sono ad esempio la religione e  altre modalità di visione del mondo.

Weber fissa due concetti importanti: quello si disincantamento e quello di ideal-tipo.

Totalitarismo

La parola “totalitarismo” viene utilizzata per la prima volta nel 1923 dagli antifascisti italiani. L'idea di “stato totale” emerge dopo la prima guerra mondiale. Essa infatti mise in evidenza il fallimento dello stato liberale e del suo garantismo, i quali infatti portarono alla Grande Guerra. In definitiva, lo stato liberale lasciava “troppo liberi” i propri cittadini.

Si apre quindi una discussione su una nuova tipologia di stato. I tedeschi furono i primi ad elaborare il concetto di “stato totale”. In particolare Schmitt si pone alla fine di questa discussione, in quanto fu il più importante filosofo di questa corrente. 

Schmitt proponeva uno stato il cui concetto è vicino a quello proposto precedentemente da Hegel. Lo stato hegeliano è materia etica, assoluta, totale, al di sopra di ogni conflitto ma al tempo stesso in grado di risolvere i bisogni dello stato. 

Schmitt si iscrisse al partito nazista, al quale però non aderì mai pienamente. Infatti i nazisti non vedevano di buon occhio Schmitt in quanto la sua era un'idea di stato totale astratto, mentre per i nazisti questo era insufficiente: per loro lo stato doveva incarnare i valori e i bisogni di un determinato popolo, doveva “materialmente” e prepotentemente entrare a far parte di quel popolo, e non doveva essere, come invece sosteneva Hegel, al di sopra di tutti. 

L'elemento fondante del totalitarismo è la massa, senza la quale esso non esisterebbe. Il rapporto fra stato totale e masse è complesso, problematico e a volte contraddittorio. Ortega approfondì proprio le loro relazioni.