Neopositivismo
Il neopositivismo è un movimento scientifico e di filosofia della scienza, quindi composto da scienziati (soprattutto matematici e fisici) che spostarono la loro attenzione sulla ricerca filosofica. Esso ebbe alcuni “focolai” dai quali si sviluppò precedentemente alla prima guerra mondiale, in particolare il Circolo di Vienna e quello di Berlino.
L'importante Circolo di Vienna diede origine a diverse correnti filosofiche, come il neopositivismo e l'empirismo. Fra i suoi partecipanti vi furono (all'inizio) molti pensatori ebrei, soprattutto di sinistra. Il Circolo ebbe un forte dialogo con Popper, nonostante quest'ultimo non vi fece mai parte.
Il movimento si amplia nel periodo compreso fra le due guerre, ma ovviamente si interrompe durante la seconda guerra mondiale. Finita la guerra, il movimento riprende, ma la sua dislocazione principale diventarono gli Stati Uniti, in quanto molti suoi interpreti erano ebrei costretti a rifugiarsi in America durante le persecuzioni razziali in Europa. I membri del neopositivismo furono moltissimi, ma il più importante di loro fu Moritz Schlick, un professore ebreo che venne ucciso dai nazisti.
I neopositivisti scrissero un proprio manifesto. Secondo loro bisogna eliminare la distinzione fra “scienza dello spirito” e “scienza naturale”, mentre deve esserci una logica unica, quindi una scienza universale. Di conseguenza il neopositivismo rigetta totalmente la metafisica e tutto ciò che non è logico.
Il “Tractatus Logico-philosophicus” è uno scritto di Wittgenstein, che appartenne alla corrente neopositivista. Quest'opera è divisa in 7 punti generali, i quali a loro volta si articolano in molte proposizioni. Eccone alcune:
Il mondo è tutto ciò che accade
Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.
Il mondo è determinato dai fatti e dall'essere essi tutti i fatti, poiché la totalità dei fatti determina ciò che accade ed anche tutto ciò che non accade.
I fatti nello spazio logico sono il mondo.
Il mondo si divide in fatti.
Qualcosa può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere uguale.
Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose
Lo stato di cose è un nesso di oggetti (entità, cose).
E' essenziale alla cosa poter essere parte costitutiva di uno stato di cose.
Nella logica nulla è accidentale: se la cosa può ricorrere nello stato di cose, la possibilità dello stato di cose deve essere già pregiudicata nella cosa.
La cosa è indipendente nella misura nella quale essa può ricorrere in tutte le situazioni possibili, ma questa forma di indipendenza è una forma di connessione con lo stato di cose, una forma di non indipendenza (è impossibile che le parole appaiano in due differenti modi: da sole e nella proposizione).
Se conosco l'oggetto io conosco anche tutte le possibilità della sua ricorrenza in stati di cose (ognuna di tali possibilità deve essere nella natura dell'oggetto). Non può trovarsi successivamente una nuova possibilità.
Per conoscere un oggetto, non ne devo conoscere le proprietà esterne, ma tutte le sue proprietà interne io le devo conoscere.
Se sono dati tutti gli oggetti, con ciò sono dati tutti gli stati di cose possibilità.
Gli oggetti contengono la possibilità di tutte le situazioni.
La possibilità della sua ricorrenza in stati di cose è la forma dell'oggetto.
L'oggetto è semplice.
Gli oggetti formano la sostanza del mondo.
Se il mondo non avesse una sostanza, l'avere una proposizione senso dipenderebbe allora dall'essere un'altra proposizione vera.
Sarebbe allora impossibile progettare un'immagine del mondo (vera o falsa).
E' manifesto che un mondo, per quanto differente sia pensato dal mondo reale, deve avere in comune con il mondo reale qualcosa – una forma.
Questa forma fissa consta appunto degli oggetti.
La sostanza del mondo può determinare solo una forma, non già proprietà materiale. Infatti queste sono rappresentate solo dalle proposizioni – sono formate solo dalla configurazione degli oggetti.
La sostanza è ciò che sussiste indipendentemente da ciò che accade.
Essa è forma e contenuto.
Spazio, tempo e colore (cromaticità) sono forme degli oggetti.
Solo se sono oggetti può esservi una forma fissa del mondo.
Il fisso, il sussistente, e l'oggetto sono tutt'uno.
L'oggetto è il fisso, il sussistente: la configurazione è il vario, l'incostante.
La configurazione degli oggetti forma lo stato di cose.
Nello stato di cose gli oggetti sono interconnessi, come le maglie di una catena.
Il modo nel quale gli oggetti ineriscono l'uno all'altro nello stato di cose, è la struttura dello stato di cose.
La forma è la possibilità della struttura.
La struttura del fatto consta nelle strutture degli stati di cose.
La totalità degli stati di cose sussistenti è il mondo.
La totalità degli stati di cose sussistenti determina anche quali stati di cose non sussistono.
Il sussistere e non sussistere di stati di cose è la realtà.
Gli stati di cose sono indipendenti l'uno dall'altro.
La realtà tutta è il mondo.
Mai ci facciamo immagini dei fatti.
L'immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose.
L'immagine è un modello della realtà.
L'immagine è un fatto.
L'immagine può raffigurare ogni realtà della quale ha la forma. L'immagine spaziale, tutta la spaziale; la cromaticità, tutta la cromaticità; ecc...
Ciò che l'immagine rappresenta è il proprio senso.
Un'immagine vera e propria non c'è.
Dall'immagine soltanto non può riconoscersi se essa sia vera o falsa.
L'immagine logica dei fatti è il pensiero
La totalità dei pensieri veri è un'immagine del mondo.
Noi non possiamo pensare nulla d'illogico, poiché altrimenti dovremmo pensare illogicamente.
Si diceva una volta: “Dio può creare tutto ma nulla che sia contro le leggi logiche” - infatti di un mondo “illogico” noi mai potremmo dire quale aspetto esso avrebbe.
Qualcosa “contraddicente la logica” si può rappresentare nel linguaggio ma non più di quanto nella geometra si possa rappresentare, mediante le sue coordinate, una figura contraddicente le leggi dello spazio, o dare le coordinate di un punto inesistente.
Il nome significa l'oggetto. L'oggetto è il suo significato.
Nella proposizione il pensiero può essere espresso così che agli oggetti del pensiero corrispondano elementi del segno proposizionale.
Il nome non può ulteriormente smembrarsi mediante una definizione: esso è un segno primitivo.
Solo la proposizione ha senso; solo nel contesto della proposizione un nome ha significato.
Il segno è ciò che nel simbolo è percepibile mediante i sensi.
Nel linguaggio comune avviene di frequente che la stessa parola designi in modo differente, o che due parole che designano in modo differente, esteriormente siano applicate nella proposizione allo stesso modo. Ad esempio la parola “è” appare come copula, quale segno di uguaglianza e quale espressione dell'esistenza; “esistere” quale verbo intransitivo, come “andare”; “identico” quale aggettivo; noi parliamo di “qualcosa”, ma anche del fatto che “qualcosa” avviene (ad esempio: “Franco è franco”).
E' così che nascono le confusioni più fondamentali.
Le regole della sintassi logica devono comprendersi da sé, solo che si sappia come ogni singolo segno designi.
Ciò che nel simbolo designa è ciò che è comune a tutti quei simboli dai quali esso può essere sostituito usando le regole della sintassi logica.
Il segno proposizionale applicato, pensato, è il pensiero.
Il pensiero è la proposizione munita di senso
La totalità delle proposizioni è il linguaggio.
L'uomo possiede la capacità di costruire linguaggi con i quali ogni senso può esprimersi, senza sospettare come e che cosa ogni parola significhi. Il linguaggio comune è una parte dell'organismo umano e non meno complicato di questo. E' umanamente impossibile desumerne immediatamente la logica. Il linguaggio traveste il pensiero. Lo traveste in modo tale che dalla forma esteriore dell'abito non si può inferire la forma del pensiero travestito.
Tutta la filosofia è critica del linguaggio. Merito di Russel è aver mostrato che la forma logica apparente della proposizione non necessariamente è la forma reale di essa.
La proposizione è un'immagine della realtà. La proposizione è un modello della realtà quale noi la pensiamo.
Popper ebbe dei rapporti e delle discussioni con i neopositivisti, ma esso se ne dissociò. Infatti, mentre positivisti parlavano prevalentemente di induzione e di verificabilità, Popper sosteneva la deduzione: la teoria deve essere dedotta. Esso era quindi contrario al Circolo di Vienna e al suo empirismo logico.
Popper dice che lo scienziato inizialmente forma una teoria (come una “rete”), e con essa va verso il mondo (quindi “getta la rete nell'oceano”). Quindi il suo metodo si ispira al razionalismo, simile a quello di Galilei.
Nell'”Autobiografia intellettuale” di Rudolf Karnalf (un appartenente al Circolo di Vienna)troviamo la prova di un dialogo del Circolo con Popper, da cui nasce la falsa idea che anche esse ne fece parte.
Dal punto di vista politico, secondo Popper bisogna creare delle griglie che limitino chi è al potere, perché altrimenti esso produrrà danni. Popper si dice contrario allo stato di Hegel, Marx e Platone. Infatti esso proponeva una democrazia “imbrigliata” da una griglia istituzionale.