Senza futuro 

Autunno 2005, la Francia è in rivolta. Una contestazione dilagante ha rapidamente invaso tutto il territorio, a partire dalla capitale Parigi. Migliaia di auto bruciate, scontri diretti con la polizia, assalti ai negozi. Le fiamme hanno terrorizzato per settimane l'Europa intera. Ma chi sono i responsabili di tutto ciò? Perché lo fanno? Si tratta di semplici atti di teppismo, o c'è qualcosa di più? La questione è complessa, e va analizzata profondamente. 

Tutto sembra partire da un episodio tragico, quando due ragazzi, per fuggire alla polizia, muoiono fulminati nella cabina elettrica nella quale si erano nascosti. Ma questa può essere solo la causa scatenante, sicuramente non sufficiente per spiegare gli episodi che sono seguiti. Nel giro di pochi giorni una crescita esponenziale di violenza è partita dalle periferie di Parigi, estendendosi a macchia d'olio fino al centro della città. In breve tempo molte altre città francesi si sono infiammate. Soprattutto di notte migliaia di giovani in passamontagna hanno distrutto e bruciato tutto, dalle scuole agli autobus, attaccato poliziotti e pestato passanti. Bombe molotov ed incendi trasmettevano in tutto il mondo le immagini di una vera rivolta, che solo dopo molte settimane è sembrata scemare. Ingenti i danni materiali, qualche persona finita in ospedale, molti i minorenni arrestati. 

In realtà questa esplosione di violenza era già nell'aria. Soprattutto nelle periferie la tensione stava già salendo da diverso tempo. Una reazione era quindi prevedibile, anche se difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare che questa sarebbe stata di tale portata. 

Inizialmente i giornali hanno parlato di orde di teppisti, di semplici atti di vandalismo, ma ben presto anche l'opinione pubblica si è resa conto che alla base di tutto ciò c'era qualcosa di più. Mentre il governo francese auspicava la calma, gli opinionisti si sono sprecati sui quotidiani. La tesi maggiormente condivisa parla della crisi del multiculturalismo francese, di uno scontro tra civiltà, la cultura degli immigrati contro quella dei francesi. Non credo che questa spiegazione sia esaustiva per spiegare l'intero fenomeno. 

Secondo me non siamo di fronte al tristemente “comune” scontro tra occidente e oriente, esasperato dal terrorismo islamico. Osservando attentamente, si nota che il fenomeno è più ampio e che ha coinvolto diversi strati della popolazione. Essi non possono essere ricondotti a specifiche identificazioni etnico-religiose. 

Le cause di questa rivolta sono più che altro da ricercare nel profondo disagio sociale vissuto da gran parte dei francesi. Soprattutto fra i giovani delle periferie quest'ultimo sembra esemplare. Essi sono cresciuti in ambienti poveri, dove lo Stato sembra distante e pare non interessarsi di loro. Per loro le migliori occasioni di vita sembrano offrirle la droga o la criminalità, in quanto il lavoro per loro è poco e non appagante. 

Con la disoccupazione alle stelle, la tesi del lavoro sembra essere confermata dai nuovi scontri avvenuti questa primavera riguardo alle riforme proposte dal governo. La gente ha paura della precarietà e del futuro incerto. Nonostante questa tensione trovi uno sfogo evidente nei giovani delle periferie, la lacerazione è profonda e attraversa l'intera società. 

I salariati vedono diminuirsi di mese in mese il loro potere d'acquisto, gli studenti non si rispecchiano più negli insegnamenti offerti dallo Stato, i giovani non riescono a fare progetti per il futuro. In questo modo il pessimismo dilaga rapidamente. 

Un certo ruolo certamente lo gioca anche l'eterogeneità etnica della Francia. Fino a poco tempo fa potenza coloniale, essa è riuscita per anni a ostentare una società unita nella comune cittadinanza, nascondendo le contraddizioni, e i problemi che la minano. L'uguaglianza fra un cittadino bianco e uno di colore rimane troppo spesso solo sulla carta, lasciando spazio a tensioni ed emarginazioni. Così l'immigrato oggi sembra essere stufo di non riuscire a scorgere nel futuro, un proprio ruolo decisivo nella società in cui vive e per la quale lavora. 

Il caso della Francia è per molti aspetti unico in Europa. In Italia non credo che si possano verificare a breve situazioni del genere, ancor meno con le stesse caratteristiche. Una grande differenza evidente è, per esempio, che nel nostro Paese le città sono strutturate in modo molto diverso. Infatti non esistono grandi periferie come quelle di Parigi, capaci di condensare milioni di abitanti. 

Inoltre i percorsi storici dei due paesi sono molto diversi. La Francia sembra essere da sempre la precorritrice dei grandi cambiamenti sociali. Partendo dalla Rivoluzione Francese, attraverso gli anni del 1968, fino ad arrivare alle rivolte odierne. Invece in Italia i grandi cambiamenti sono sempre stati tardivi, e diluiti nel tempo. Ad esempio le contestazioni del 68 hanno avuto un andamento diverso da quello francese, da cui risulta un tessuto sociale diverso, forse meno lacerato. Infatti la maggiore continuità della storia italiana può essere un pregio e un deterrente alle grandi rotture, ma non le esclude completamente. 

Anche dal punto di vista dell'integrazione degli immigrati la situazione è completamente diversa. L'Italia non ha il passato coloniale della Francia, e conosce il fenomeno dell'immigrazione solo da pochi anni. Il nostro è stato fino a poco tempo fa un popolo emigrante, quindi siamo ancora impreparati al fenomeno inverso. Al momento l'immigrato non è neppure formalmente un cittadino, e non viene tanto emarginato, quanto completamente ignorato dal resto della societa. 

Ovviamente questa situazione col tempo è destinata a cambiare, ed è innegabile che se essa non verrà gestita bene, anche in Italia in futuro potrebbero accumularsi gravi tensioni come quelle francesi, fino a giungere, forse fra qualche decina di anni, a una nuova rivolta. Tutto ciò lo eviteremo se sapremo imparare, ad esempio, dall'esperienza francese. Guai a negare un futuro alle persone. 

 

Maggio 2006 

Simone Donadello